l Trr dla Mercanz
Le Torri della Mercanzia


Stra l March ed Mż e Piza dla Mercanz ai un brtt palz dal prinzppi dal Novznt. Par tirr s cal bl giujn i caznn ż trai trr, chi avven dscurt ṡlargnd al March ed Mż par fren qualla che inc in itaglin la s cima Via Rizzoli. l pi inpurtanti ed stl trr l s ciamven Artenṡi e Ricadna. A cal tnp ai f una gran discusin a Bulggna, ma purtrp i vinznn qu dal zimnt. Anc Carln Mṡi a i f una canzunatta, blṅna anc san s pl brṡa ser d acrd, col zarvl d inc, con la s cuncluṡin bsta chsppa...

Fra Via Rizzoli e Piazza della Mercanzia sorge un brutto palazzo dinizio 900, per erigere il quale furono abbattute quattro torri minori, scoperte durante i lavori di allargamento di Via Rizzoli. Le due pi importanti si chiamavano Artenisi e Riccadonna. Allepoca ci fu un forte dibattito a Bologna, ma purtroppo vinsero i fautori del mattone. Carlo Musi in proposito compose addirittura una canzone, carina anche se col senno di poi il qualunquismo della conclusione non condivisibile...  l du vci chi ren prmma e cl du chi an truv dpp...

Una vlta, Bulggna lavva pi ed 100 trr. Inc purtrp ai n avanza sul 23, come dr pchi de pi dal smmbol dla zit (lAnla e la Gariannda), e dal rst ai spar una mccia ed b qu chi farnn la zit anc pi bla ed quall chl ads. La culpa l st sicuramnt di bunbardamnt dla gura, mo anc d una zrta mentalit chla cradd che al prugrs al sppa fr di bagi urnnd snza rispt par la natra e la stria. Epr i ren st in tant a protestr par l abatimnt dl Trr dla Mercanz: al profesur ed filoof Giorgio Del Vecchio al f una gran cagnra par salvrli, e l utgn anc l apg dal s amg DAnnunzio e d un stracantn ed zitadn chi firmnn la s petizin. Mo al f incsa inttil...

Un tempo, Bologna aveva pi di 100 torri, ma oggi purtroppo ne restano solo 23, e fra queste le due, Asinelli e Garisenda, che costituiscono il simbolo della citt. Del resto sono scomparse moltissime altre opere che renderebbero la citt ancora pi bella di quanto gi non sia. La colpa senzaltro dei bombardamenti bellici, ma anche di una certa mentalit che crede che il progresso consista nellerigere orrori senza rispetto per lambiente e la storia. Eppure erano stati in tanti a protestare per labbattimento delle Torri della Mercanzia: il professore di filosofia Giorgio Del Vecchio ingaggi una lotta furibonda per salvarle, ottenendo anche lappoggio del suo amico DAnnunzio e di tantissimi cittadini che firmarono la sua petizione. Ma tutto fu inutile...

Vttal qu, int al stl da ṡgrandigin ed cal perod, un artccol ed Del Vecchio publich dal Carln al d di 8 ed mż dal 1916, e p la s petizin - Ecco, nello stile roboante di allora, un articolo di Del Vecchio pubblicato da “Il Resto del Carlino”, l8 maggio 1916, seguito dalla petizione:


“I doveri e le cure tanto maggiori, che incombono a ciascuno in quest’ora, non invoglierebbero certamente a discutere di torri o di questioni edilizie;Qu as vadd anc cla pi cinṅna... ma pur forza volgere a ci, per un momento, lo sguardo, se appunto ora v’ha chi si accinge a mutilare irreparabilmente la parte pi caratteristica di Bologna. Mentre l’animo nostro turbato dalla teutonica devastazione di Lovanio e di Reims, e da quella austriaca degli Scalzi e di Sant’Apollinare, alcuni italiani si dispongono con freddo animo a cagionare simili guasti, e non in terra d’Austria o Turchia, ma nella stessa nostra citt, distruggendo senza ragione due delle quattro torri che presso i palazzi dei Mercanti e degl’Interpolatori testimoniano ancora la bellezza e la forza del medio evo bolognese. Sar possibile che abbia effetto tanta dissennatezza? E sia; ma non senza che si levi almeno una voce commossa di protesta da quanti hanno senso di storia e d’arte, e non riconoscono in alcuno – sia pure investito per accidente di pubblica autorit – il diritto di manomettere il patrimonio ideale, che rappresenta l’anima cittadina ed appartiene in solido alla presente e alle future generazioni.
“Le torri dei Riccadonna e degli Artenisi sono, esteticamente e storicamente, un sol tutto con quelle dei Garisendi e degli Asinelli; n importa se per lungo tempo furon nascoste; ch anzi la secolare oblivione ne ha reso ora pi grata la scoperta. Questa, se maggiore fosse il culto della bellezza nel nostro popolo, avrebbe dovuto esser celebrata da riti unanimi nella citt, come in un caso analogo sarebbe accaduto a Roma o nell’Ellade, che vi avrebbero forse scorto l’indicazione di un qualche fato; e la scoperta avrebbe dovuto suscitare in tutti gli spiriti un fervore intenso e quasi geloso di conservazione e reintegrazione. Certamente le torri quali ora appaiono, mozze e sfigurate dagli edifici che per tanto tempo vi si addossarono, non possono rimanere; mestieri metterle in luce, riportarle ala prisca altezza e ridar loro in tutto la sembianza d’origine. Chi non sappia in qualche modo anticipar colla fantasia tale necessario lavoro, non si attenti di giudicare se le torri debbano o non debbano essere conservate; perch conservare in questo caso significa innanzi tutto restaurare. La reintegrazione compiuta convincer poi anche i dubitosi e gli ostili, come accadde gi sempre in analoghe congiunture; per esempio a Milano, ove non alcuno il quale oggi non riconosca il folle errore che sarebbe stata la demolizione, gi quasi deliberata, del Castello Sforzesco; e a Genova, ove ognuno ammira il restaurato Palazzo di S. Giorgio, miracolosamente salvo dopo che gi per l’aberrazione di quasi tutti parea condannato.
“Se la ragione ancor vale, non si distrugga in un attimo ci che si dovrebbe poi sempre rimpiangere! Non si aggiunga ancora una pagina a quel triste e troppo lungo capitolo delle distruzioni bolognesi, che il Rubbiani con giusta melanconia di poeta intitolava lacrymae Bononiae! Nulla – egli osservava – nulla rimase al sole di Bologna romana, dei suoi archi, dei suoi templi e delle sue arene, mentre Ancona, Brescia, Verona, cento altre citt d’Italia e di Francia veggono ancora in piedi fra le case e nelle piazze magnifici avanzi della romana gloria. Nulla del bel duomo romanico, lodato come una meraviglia da Leandro Alberti e Giorgio Vasari; ove la sola Cappella Garganelli, al dire di Michelangiolo, “valeva una mezza Roma”. Nulla del palazzo dei Bentivoglio, pi bello, a giudizio di chi lo vide, del palazzo de’ Medici in Firenze e di quello dei duchi di Urbino; anzi “la pi bella casa di terra cotta che esistesse in tutta la cristianit”; con ornamenti insigni di marmo e d’oro, con freschi del Francia e del Costa corti e fontane all’interno, ed un’alta torre, anch’essa splendida di pitture. Piange il cuore a pensar distrutta tal meraviglia, che avrebbe fatto di Bologna un’emula e forse vittoriosa di Firenze e Ferrara nel rifiorire delle lettere e delle arti; e distrutta non da Goti o da Vandali, ma per furia di popolo bolognese! [
Nta dal St Bulgnaiṡ: al palz di Bntvi al f dstrtt int al 1507 dai fantic dal ppa Gilli II, chal d i t d ala signur e al mit s una tiran clerichl. Par furtṅna, in stmnter chi scalastrven al pi bl palz signurl d Itglia, dimnndi ed chi scalman i carpnn stta l macri che prpi lur i fven caschr ż - Nota del Sito Bolognese: palazzo Bentivoglio fu distrutto nel 1507 da una folla fanatizzata favorevole al papa Giulio II, il quale soppresse la signoria e instaur una tirannia clericale. Almeno, mentre danneggiavano il pi bel palazzo signorile dItalia, molti di quei vandali morirono sotto le macerie da loro stessi fatte cadere] Egualmente abbattuta, per la stessa follia iconoclasta, la grande statua bronzea di Giulio II, capolavoro di Michelangiolo Buonarroti, che sorgeva dinanzi a S. Petronio [Stavlta i fnn qu chi ren pr i Bntvi, 1511 - Stavolta furono i seguaci dei Bentivoglio, nel 1511]. Demolito quattro volte il Castello di Porta Galliera, colle sue quattro torri agli angoli, somigliante al Castello di Ferrara; uno dei pi belli esempi dell’architettura militare del cinquecento. Ed altre ed altre distruzioni di cose egregie rammentava pure il Rubbiani, compiute tutte per mano non di nemici esterni, ma di bolognesi: per quel “po’ di ostrogotico” che, com’egli diceva, stato sempre in Bologna nella teste dirigenti [Per, dpp al prmm pian regolatur ṡbagli 1948-55, la Cmṅna rssa la mss un vncol al paeṡg int l culn chl inped la speculazin e l regal a Bulggna l nnic spzi un p frassc d est chai sa int la nstra zit e int i s dintren - Va detto per che, dopo il primo ed erroneo piano regolatore 1948-55, la giunta rossa decise di istituire un vincolo paesaggistico sui colli che ha impedito la speculazione e ha regalato a Bologna lunico spazio di frescura estiva che ci sia in citt e dintorni]. Questa mania distruttiva, che spinse pur ieri ad abbattere alcune delle pi belle Porte cittadine, e minaccia ora anche il residuo delle duecento torri, che erano il principale ornamento della vetusta Bologna, ha almeno qualche scusa nelle necessit dell’espansione o del rinnovamento edilizio? Nessuna; perch fu gi dimostrato dagl’intendenti che la conservazione delle torri non impedirebbe di edificare il nuovo palazzo della Provincia, il quale potrebbe senza danno, anzi con vantaggio essere arretrato di alcuni metri rispetto al primitivo disegno. Resta il calcolo del valor venale del suolo; ma a questa stregua, perch non plaudire anche all’idea di quel bizzarro architetto Guido Antonio Costa, che nel 1654, interrogato sul modo di provvedere materiali per una fabbrica, propose che si abbattessero, come “machine inutili”, l’Asinella e la Garisenda? Ecco un alleato spirituale dei nuovi demolitori!
“Intanto, mentre la furia di questi si accanisce contro gli avanzi di Bologna bella, ride quasi deserta, o sparsa solo di poche ville, quella meravigliosa corona di colli, che offrirebbe s largo spazio per l’incremento nuovo e sano della citt. Ma il demolire, si sa, di minor fatica che il costruire; n l’idea di un possibile Viale dei Colli bolognese varrebbe a trattenere, bench per poco, le brame dei fanatici sacerdoti del piccone [
Qu invzi l autur al pssa fra dal urinri: cum avn dtt pi s, al vncol al paeṡg int l culn l st un gran vantż, esttic e prtic, par la zit, che intinimd l cat dli tri manr par ṡgrandres. As pl dr che se, come quelcdn al vl fr inc, al vncol al dvintss pi dbbel, la srv una gran brtta dṡgrzia, che biṡggna evitr asolutamnt -
E qui non si pu pi concordare con Del Vecchio: come si detto, il vincolo paesaggistico sui colli stato di grande beneficio, estetico e pratico, alla citt che ha trovato altre vie di espansione, tanto che loggi ventilato ridimensionamento del vincolo sarebbe una vera disgrazia da evitare ad ogni costo].
“Supponiamo ora in fine, per semplice fantasia, che in qualche antica cronaca si leggesse come, essendo stata ordinata la distruzione del Palazzo dei Bentivoglio, il popolo fosse insorto, e avesse difeso col proprio braccio quell’opera di bellezza contro l’ordine insano, preservandola in tal modo dalla rovina; non benediremmo noi pronipoti un cos fatto moto popolare, e non ne saremmo grati in piena coscienza agli autori? Ma ci non accadde allora per quel palazzo, n accadr ora per le torri degli Artenisi e dei Riccadonna; il popolo bolognese non si ridester, e lascer compiere la rovina nuova, come comp quell’antica; salvo a rimpiangere poi, troppo tardi, la perduta bellezza…
“Sunt lacrymae Bononiae!”

Ordine del giorno

Bologna, febbraio 1917.

I sottoscritti, in accordo coi voti gi espressi dal Comitato per Bologna storico-artistica, dalla Commissione per la conservazione dei monumenti dell’Emilia e dalla Societ Francesco Francia;

considerando

che le torri degli Artenisi, dei Riccadonna e dei Guidozagni, accanto a quelle maggiori degli Asinelli e dei Garisendi, formano una testimonianza caratteristica del medio evo bolognese;

che questo gruppo di torri, pur varie di altezza e di forma, costituisce storicamente ed esteticamente un sol tutto, senza riscontro in alcun’altra citt;

che la stessa variet e asimmetria delle torri radunate in s breve spazio ne rende il gruppo pi pittoresco, e appunto la vicinanza delle minori fa che meglio risalti, secondo il primitivo concetto, la mole eccelsa dell’Asinella;

che il rude aspetto anche delle minori torri, costruite a cagion di difesa e non di ornamento, ne rappresenta al vivo il carattere ed ha perci un motivo intrinseco di bellezza;

che, d’altra parte, nessuna ragione finanziaria pu costringere una citt storica a demolire i suoi monumenti per ricavarne il valor venale del suolo;

che l’allargamento della via Rizzoli e la costruzione del disegnato palazzo della Provincia possono avere effetto senza pregiudizio delle torri in questione, solo che si arretri di alcuni metri il fianco orientale del costruendo palazzo;

che tale arretramento sommamente opportuno anche per riguardo ai prossimi palazzi della Mercanzia e dei Drappieri, la prospettiva dei quali sarebbe turbata dalla immediata vicinanza del moderno enorme edificio;

che l’estensione di questo fino all’area occupata ora dalle torri avrebbe per ulteriore conseguenza l’abbattimento, gravissimo anche sotto l’aspetto finanziario, delle case Reggiani, necessarie per unanime giudizio a dividere la piazza della Mercanzia da quella di Porta Ravegnana;

fanno voto

che le torri predette siano conservate e ridotte in pristino coi restauri opportuni.


Cum avn dtt, cla vlta l i vinznn qu dla speculazin e dal prugrs, acs Bulggna la i f l afri ed Caztt e la dvint pi puvratta. Ttt quall chai avanza dl Trr dla Mercanz l una lpida, mssa sura al brtt palz chl arvṅna ttta la prospetva dla Piza dla Mercanz:

Come si detto, vinsero i fautori della speculazione e di un malinteso progresso che risult dannoso per la citt e la impover. Tutto quel che resta delle Torri della Mercanzia una lapide, apposta sul brutto palazzo che rovina lintera prospettiva di Piazza della Mercanzia:
 

Qui 
sorgevano 
le antiche torri
delle famiglie gentilizie
Artenisi Guidozagni Riccadonna
inconsultamente demolite
negli anni 1917-1918
_______________
La Societ "Assicurazioni Generali"
Il Comitato per Bologna storica e artistica
posero
luglio 1958

E n a i vln ażuntr: posero ad eterno monito per coloro che credono che il progresso sia distruggere il meglio di ci che si ha gi. 


 Ala prmma pgina
V s