L’urtugrafî - L’ortografia


Srà un occh, Lettour, (e fal mò per curdsj)
S’a truvà qualch vers fcrìtt alla ftrappj:
Egn’ Bulgneis fà a sò mod l’urtugrafj,
N’avend enfuna lezz da tgniri drj.
(Annibale Bartoluzzi sec. XVIII)

Il detto altrove dell’incontrastabilmente maggior numero di suoni nelle lingue settentrionali che nelle nostre, causa, in parte della lor mala ortografia, per la scarsezza dell’alfabeto latino da loro adottato; è applicabile ai dialetti dell’Italia superiore, perciò difficilissimo ancora a bene scriversi. Mezzofanti diceva che al bolognese bisognerebbe un alfabeto di 40 o 50 o più segni. Non è questa la sola conformità che hanno que’ dialetti colle lingue settentrionali. Del resto, i dialetti generalmente sono più ricchi che l’alfabeto comune. Il toscano parlato ha anch’esso un po’ più suoni che le lettere, ma pochi più. Il marchigiano e il romano quasi nessuno: esse sono veramente (in ciò come in mille altre cose) l’italiano comune e scritto, o il volgare più simile a questo, che sia possibile (Giacomo Leopardi, Zibaldone, pensiero 4516)


As sà che in bulgnai ai é pió són che in itagliàn o in latén. Siché dånca, druvèr l alfabêt latén pr al bulgnai, anc se al nòster dialàtt al vén dal latén, al vôl dîr ch’ai é di problêma par scrîver dimónndi quî, pr eänpi äl vuchèl, o zêrt tîp ed consonànt. L é par quall ch’as adrôva i séggn diacréttic: par dèr al alfabêt latén la ricazza ed sgnén nezesèria par scrîver pulidén al bulgnai, in manîra che tótt quant, anc s’i n l an brîa inparè da cínno, i al pòsen lèżer cum và. I séggn diacréttic i én stè tirè fòra dal’urtugrafî lesicogrâfica, qualla druvè int i vocabolèri dal Novzänt, pò trasfurmè in urtugrafî lesicogrâfica mudêrna dal vocabolèri tascâbil Vitèli-Lîvra dal 1999.

L’urtugrafî lesicogrâfica mudêrna l’é la versiån dal dé d incû ed qualla adruvè dai vocabolèri d Ungarèl e ed Mainoldi, con la żónta ed socuanti dscuêrt fonêtichi fâti dal 1995 con l artéccol Pronuncia e grafia del bolognese, publichè dal profesåur ed fonêtica a Venêzia Luciano Canepari insàmm a Dagnêl Vitèli int la Rivista Italiana di Dialettologia, RID 19, 1995, pp. 119-164. St artéccol al descrîv al bulgnai in tótti äl såu varietè, ed tänp, ed sît e d fâsa dla popolaziån, e al drôva 79 sémmbol fonêtic: ed quíssti, 37 i én nûv e una pèrt l’é stè studiè apòsta pr i són particolèr dal bulgnai. Int l artéccol ai é anc una clasificaziån nôva nuvänta di dialétt ed tîp bulgnai e una prupòsta ed grafî, ch’l’é stè pò la bè par turnèr a tôr qualla d Ungarèl e d Mainoldi e fèr l’urtugrafî lesicogrâfica mudêrna. Par scrîver cl artéccol, ch’a l catè ala pâgina dla fonêtica, i intervisténn 26 parsån, i rinpénn 46 pâgin, i fénn 21 figûr e 43 ilustraziån dla fâza dl òmen in st mänter ch’al prunónzia; par méttr a bålla l’urtugrafî lesicogrâfica mudêrna ai é vló 20 séggn ed vuchèl, 22 ed consonànt e 2 séggn d ajût, che in totèl al fà 44. Al riultèt ed tótt ste lavurîr l é stè che i autûr bulgnî in gran magioranza i an azetè l’urtugrafî lesicogrâfica, qualla druvè anc da ste Sît, e incû a psän dîr che la scritûra dal bulgnai l’é unifichè, in manîra che fenalmänt a psän dedichèr tänp e sfûrz par la difaia dal bulgnai tgnand drî a ste Sît, urganiżànd di cûrs ed bulgnai par prinzipiànt, scrivànd di lîber, etezêtera. Par savairen de pió såura l’unificaziån ortogrâfica dal bulgnai, a psî lèżer i artéccol ch’ai é qué såtta.

Sänper qué såtta ai é äl raiguel dl’urtugrafî lesicogrâfica!

È noto che il bolognese ha più suoni dell’italiano o del latino, per cui utilizzare l’alfabeto latino per il bolognese, anche se il nostro è un dialetto romanzo, significa incontrare dei problemi nello scrivere varie cose, come le vocali, o alcuni tipi di consonanti. È per questo motivo che si ricorre ai segni diacritici: per dare all’alfabeto latino la ricchezza di segni necessaria per scrivere correttamente il bolognese, in modo che tutti, anche se non l’hanno imparato da bambini, lo possano leggere come si deve. I segni diacritici hanno visto la luce con l’ortografia lessicografica, quella utilizzata nei vocabolari del Novecento, poi evolutasi in ortografia lessicografica moderna col dizionario tascabile Vitali-Lepri del 1999.

L’ortografia lessicografica moderna è la versione attualizzata di quella dei dizionari di Ungarelli e Mainoldi, con l’integrazione di alcune scoperte fonetiche effettuate nel 1995 con l’articolo Pronuncia e grafia del bolognese, pubblicato dal professore di fonetica dell’università di Venezia Luciano Canepari insieme a Daniele Vitali sulla Rivista Italiana di Dialettologia, RID 19, 1995, pp. 119-164. L’articolo descrive il bolognese nelle sue varietà diacroniche, diatopiche e diastratiche, facendo uso di 79 simboli fonetici, 37 dei quali nuovi o studiati specificamente per il bolognese. Dell’articolo fanno parte anche una classificazione inedita dei dialetti dell’area bolognese e una proposta, che ha fatto poi da base per un parziale ritorno al sistema di Ungarelli e Mainoldi sfociato nell’ortografia lessicografica moderna. Per scrivere quell’articolo, che troverete alla pagina della fonetica, furono intervistate 26 persone, compilate 46 pagine, fatte 21 figure e 43 spaccati sagittali dell’apparato fonatorio; per mettere a punto l’ortografia lessicografica moderna ci sono voluti 20 segni vocalici, 22 consonantici e 2 speciali, per un totale di 44. In seguito a questo lavoro, gli autori bolognesi in larga maggioranza hanno accettato l’ortografia lessicografica, utilizzata anche da questo Sito, e oggi possiamo dire che la scrittura del bolognese è unificata, dimodoché finalmente si possono dedicare tempo ed energie alla difesa del bolognese, curando questo Sito, organizzando corsi di bolognese per principianti, scrivendo libri ecc. Per saperne di più sull’unificazione ortografica del bolognese, si possono leggere gli articoli che seguono. 

Sempre qui sotto, troverete le regole dell’ortografia lessicografica!


Tacän dånca con un artéccol divulgatîv, publichè da - Cominciamo quindi con un articolo divulgativo, pubblicato da: La Pâgina dal Dialàtt (in: Laboratorio di parole in poesia, a cura di Sandro Sermenghi, N° 9, dicembre 2001)

żer e scrîver in bulgnai

“Io non son buona di scrivere i geroglifici” mi disse vari anni fa una simpatica signora di Bazzano per spiegarmi perché non leggeva le poesie scritte nel suo dialetto, che pure conosceva benissimo. In effetti l’abitudine all’italiano, assai avaro di segni diacritici, può far sembrare strani certi testi ricchi di accenti circonflessi, puntini e pallini. Mo un puctén, giänel pûr, l’é anc na scûṡa!

Infatti, esiste una scrittura divulgativa per il bolognese e i dialetti a lui affini, come quello di Bazzano: ideato da Alberto Menarini, prevede l’uso dei soli accenti acuto (´) e grave (`) e delle lettere col puntino , ż e 1, per distinguere fra loro parole come cusén “cuscino” e cuṡén “cugino”, oppure znèr “cenare” e żnèr “gennaio”. Il puntino sulla n poi è molto importante, per rendere la pronuncia tipicamente cittadina di galéṅna, lóṅna “gallina, luna”, ma chi scriva nei dialetti della bassa o della montagna non ne ha bisogno. Ecco tutto, non sembra molto difficile, vero?

Il bolognese si può anche rendere con la scrittura lessicografica: si tratta di un sistema sviluppatosi sul filo dei dizionari bolognesi di Ungarelli (1901), Mainoldi (1967) e Vitali-Lepri (pubblicato da Vallardi nel 1999, la seconda edizione è del 2000), e prevede l’accento circonflesso (mêder, nôv, û “mietere, nuovo, uva”), il pallino sulla a (dåpp, råss, bån “dopo, rosso, buono”) e la dieresi sempre su ä (bän “bene”), oltre naturalmente ai già visti , ż e . Il suo uso nei dizionari è dovuto alla necessità di rendere esattamente i suoni del nostro dialetto, in modo che non soltanto chi già lo parla correntemente, ma anche chi è cresciuto in italiano e chi viene da fuori possa sapere esattamente come si pronunciano le varie parole. L’ortografia lessicografica cioè è stata pensata per fini scientifici, quella divulgativa per fini letterari, saggistici ecc.

Eppure, dopo la pubblicazione del dizionario Vitali-Lepri, si è assistito a un fenomeno interessante: sfatando tutti i miti per cui “i geroglifici” sarebbero una complicazione che allontana il lettore non iniziato, diversi autori hanno cominciato a utilizzare l’ortografia lessicografica anche laddove finora si era tentato di semplificare: chi ha la fortuna di ricevere la vacamata noterà che l’anonimo autore sta pian piano convertendovi il proprio modo di scrivere, constatazione che potrà fare anche il grande pubblico seguendo Dî bän só, fantèṡma!, rubrica di Gigén Lîvra pubblicata ogni domenica sul quotidiano “La Repubblica”, dove sono apparsi i circonflessi. Lo stesso ha fatto Sandro Sermenghi nelle sue poesie, e l’esempio ha superato le mura cittadine arrivando a Budrio, dove in un’ortografia ormai praticamente coincidente a quella del dizionario vengono pubblicati i “Quaderni per il dialetto”.

Scrive il curatore della serie, Tiziano Casella, nel numero 3: “nel dialetto scritto si incontrano spesso accenti un poco particolari (gli esperti di dialetto li chiamano “segni diacritici”). Mettere sulle parole questi segni non deriva dalla volontà esibizionistica di chi scrive o cura un testo [...]. La presenza di questi segni o accenti è importante e di buon aiuto per chi non ha dimestichezza con la lettura del dialetto. I segni e gli accenti costituiscono una specie di guida, di sostegno nei momenti di incertezza sulla pronuncia di una parola e sulla sua conseguente comprensione”. Parole cui sottoscrivo pienamente, e che sono tanto più benvenute in quanto vengono da chi scrive in un dialetto, quello di Budrio, affine al bolognese ma con una diversa distribuzione di alcuni suoni. Ebbene, sull’esempio di bän, i “Quaderni” giustamente scrivono anche pänza, tänt e avänza “pancia, tanto, avanza”, poiché così, con un’a che tende ad e, si pronunciano in budriese quelle parole (a Bologna città si dice panza, tant e avanza). Cómm dîr: i dialétt i canbiaràn anc un pôc, mo da ón a cl èter as pôl scrîver sänper con un alfabêt såul, che infatti è uno dei princìpi di base dell’ortografia lessicografica!1

Resta un solo problema: dove procurarsi le lettere col puntino, che non si trovano facilmente nei normali computer? Niente di più semplice, basta andare al Sît Bulgnai, indirizzo http://beam.to/bulgnais2, per scaricare il font Manna, da caricare poi sul proprio computer per scrivere come si vuole.

Concludo questa breve chiacchierata dando nuovamente la parola a Tiziano Casella: “Credetemi: è facile leggere il dialetto: per leggere l’inglese occorrono settimane di studio, par lèżar al dialàtt, prémma un pô ala méi e pò pulidén, occorre qualche ora; se lo si parla già correntemente, ancora meno!”

E allora... perché non leggerlo, scriverlo, impararlo, insegnarlo? Da oggi l’ortografia non è più un problema!

1 A publicän qué con gran piaair un mesâg’ ed Tiziàn Caèla a Dagnêl Vitèli - Pubblichiamo qui con vero piacere un messaggio di Tiziano Casella a Daniele Vitali: (15.05.2002) Nota tecnica: dalle frasi scritte dagli allievi di Bologna ho avuto la conferma che la grafia che utilizzo è identica alla loro, cioè a quella del vostro corso, pur nella limitata diversità lessicale tra il budriese e il bolognese; la base teorica è la stessa, ma avrebbero forse potuto esserci delle differenze applicative, che invece non ho riscontrato... e questa è per me una notevole soddisfazione!!! Anc par nuèter - Anche per noi!
2 Intànt, naturalmänt, l indirézz l é canbiè: adès l é www.bulgnais.com - Intanto, naturalmente, l’indirizzo è cambiato: adesso è www.bulgnais.com - Biṡåggna anc ażuntèr che intànt ai é vgnó fòra däli ètri manîr par scrîver i puntén, guardè mò int la pâgina www.bulgnais.com/font.html! - Va anche aggiunto che nel frattempo sono emersi nuovi modi di scrivere i puntini, cfr. la pagina www.bulgnais.com/font.html!


Clécca bän qué! Par lèżer tótt i artéccol såura al’urtugrafî bulgnaia scrétt pr al Laboratòri stra al 2001 e al 2002 - Per leggere tutti gli articoli sull’ortografia bolognese scritti per il Laboratorio tra il 2001 e il 2002



Adès, andän d lóng con un artéccol un pô pió pai mo conplêt, publichè da - Continuiamo con un articolo più complicato ma anche più completo, pubblicato da: ianua Revista Philologica Romanica

La rivoluzione di velluto dell’ortografia bolognese: da tre a uno

 di Daniele Vitali (dicembre 2002)

... al bolognese bisognerebbe un alfabeto
 di 40 o 50 o più segni. (G. LEOPARDI, Zibaldone)

1. La questione dell’ortografia

Osservando lo stesso testo scritto in diverse lingue, ad esempio su un pacchetto di biscotti, ci divertiamo in molti a riconoscere di quali lingue si tratta. Ciò è possibile grazie al diverso aspetto grafico di ciascuna. In Italia vengono individuati abbastanza facilmente l’inglese, il francese, il tedesco e lo spagnolo, ma vi sono spie anche per tutte le altre lingue che si possono trovare in un testo del genere: per tacere di arabo e russo, che fanno uso di alfabeti diversi dal nostro, il polacco è identificabile per la ę e la ł, l’ungherese ha tante dieresi e accenti, l’albanese varie ë e q, il finnico abbonda di ää e di kk, lo svedese ha la å, il danese la ø e così via.

Questa riconoscibilità grafica, unita al fatto che a scuola prima di studiare la grammatica della propria lingua si comincia con l’alfabeto, fa sì che generalmente si attribuisca molta importanza all’ortografia, non soltanto per scrivere correttamente, ma anche per motivi identitari, come prova l’abbandono dell’alfabeto cirillico e il ritorno a quello latino da parte di alcune lingue dell’ex-URSS: è il caso dell’azero, per sottolineare la somiglianza col turco, o del ceceno, lingua di un paese brutalmente occupato dalla Russia.

Naturalmente, l’ortografia non è che un aspetto assai superficiale del problema: il fatto che a livello psicologico sia molto importante il suo aspetto grafico, non significa che la scelta di un alfabeto o dell’altro tocchi la sostanza, cioè la struttura, di una lingua. La prova è fornita proprio da quelle che hanno cambiato più volte alfabeto: i già citati turco, azero e ceceno si scrivevano in passato con caratteri arabi, poi il turco passò all’alfabeto latino nel 1928 e l’azero e il ceceno fecero lo stesso per imitazione negli anni Venti del Novecento. Successivamente Stalin impose il cirillico, scelta che come si diceva è stata rovesciata negli anni Novanta. Altre lingue, ad es. il calmucco o l’abcaso, hanno cambiato sistema grafico ancora più volte.

Lingue che non cambiano alfabeto, come il russo saldamente ancorato al cirillico o il tedesco scritto da tempo con l’alfabeto latino, possono però subire delle riforme ortografiche: per il russo citiamo almeno quelle volute da PIETRO IL GRANDE e da LENIN, per il tedesco notiamo la riforma 1998-2005, diretta da una commissione di linguisti e ormai passata malgrado proteste iniziali piuttosto vivaci capeggiate da alcuni quotidiani. Anche l’Académie Française aveva provato a modificare leggermente l’ortografia francese nel 1991, con un’abolizione di dieresi e circonflesso subito ritirata perché vista da tanti francesi addirittura come un tradimento della patria.

Se l’aspetto grafico desta tanto vivaci discussioni per lingue ufficiali di lunga tradizione come il francese o il tedesco, che dispongono di apparati statali e mediatici in grado di aiutare non poco l’unificazione dell’ortografia, è facile immaginare come la questione possa risultare incandescente nel caso delle lingue minoritarie.

Si sa che l’unificazione della lingua scritta, ortografia compresa, a partire dall’inizio del Novecento ha aiutato molto la sopravvivenza del catalano, che oggi anzi è in piena rinascita. È risaputo anche che l’euskara batua del dopo-Franco ha consentito alle autorità del Paese basco spagnolo di tradurre in pratica la forte volontà politica di rilanciare la lingua della loro comunità autonoma, e un esempio molto recente ci è offerto dal rumantsch grischun del linguista HEINRICH SCHMID che, accolto all’inizio come un ibrido parlato da nessuno, si è pian piano affermato consentendo alla Svizzera, nel 1996, di conferire al romancio lo status di lingua ufficiale alla pari con tedesco, francese e italiano, progetto risultato impossibile finché vi erano cinque norme scritte. Inutile dire che tanto ritardo ha nuociuto molto alla lingua, causandone un forte indebolimento e una notevole frammentazione geografica.

Che per fermare l’arretramento di una lingua minoritaria sia necessario trovare una forma interdialettale, che consenta ai parlanti dei diversi dialetti di capirsi fra loro senza ricorrere alla lingua maggioritaria causa dell’arretramento, appare insomma evidente. Eppure spesso non si è riusciti non solo a trovare una norma unica, ma nemmeno un’ortografia unificata che consentisse, se non di parlarsi, almeno di leggersi fra locutori di dialetti diversi. Se l’occitano è riuscito nell’impresa, non si può dire altrettanto del sardo, la cui unificazione ortografica è stata intrapresa alle fine degli anni Novanta ma non ha ancora superato lo stadio delle discussioni, molto accese, fra gli specialisti. Una soluzione è stata trovata solo da poco per il ladino dolomitico, dove un progetto analogo a quello dei romanci, avviato all’inizio degli anni Novanta, ha consentito di stampare la prima grammatica di ladino standard. Intanto, sia il sardo sia il ladino dolomitico hanno continuato ad arretrare rispetto all’italiano, pur partendo entrambi dalla vantaggiosissima situazione, impensabile per i baschi, di un 80% circa della popolazione che parlava uno dei dialetti delle rispettive lingue negli anni Settanta. Diciamo questo nella consapevolezza che la sola unificazione ortografica non basta ad assicurare la sopravvivenza di una lingua, che dipende anzitutto da fattori sociolinguistici e dalla volontà dei parlanti, e anche nella coscienza degli sforzi a volte clamorosi compiuti dai vari movimenti per la tutela delle rispettive lingue.

Veniamo ora alla particolare vicenda del bolognese, e alla sua particolare situazione sociolinguistica. Parlato ancora dalla maggioranza della popolazione fino agli anni Sessanta, il bolognese ha vissuto un rapidissimo e travolgente regresso a partire dal boom economico, fino alla situazione attuale in cui le giovani generazioni spesso non sono nemmeno in grado di capirlo, le generazioni intermedie lo conoscono passivamente ma non lo usano praticamente mai e gli anziani preferiscono mantenerlo tra le mura domestiche, rinunciando, almeno in città, a utilizzarlo in pubblico.

Questi sviluppi sociolinguistici sfavorevoli non significano però che la voce del bolognese si sia spenta: consapevoli della situazione, diversi studiosi e divulgatori fin dagli anni Sessanta, e poi per tutto l’arco degli anni Settanta e Ottanta, hanno continuato a scrivere libri per salvarne il ricordo, fissando vocaboli, fraseologia, analizzando anche le varianti sociologiche, professionali, generazionali ecc. Il lavoro di questi autori, come ALBERTO MENARINI e LUIGI LEPRI, è stato reso possibile fra l’altro dal loro inserimento in una comunità che non ha mai interrotto l’uso del dialetto, e che ha continuato a utilizzarlo, oltre che nei ritrovi privati, anche in pubblico, rappresentando commedie teatrali, recitando versi, cantando canzoni, pubblicando perfino alcuni libri di racconti in prosa. Va osservato en passant che, grazie all’importanza della città di Bologna, il dialetto bolognese gode di una tradizione lessicografica e letteraria non del tutto trascurabile nel panorama dialettale italiano, tradizione che ha contribuito al mantenersi di un certo fermento anche in tempi sfavorevoli.

Nella seconda metà degli anni Ottanta si è potenziato il filone musicale, con l’emergere di alcuni nuovi talenti fra i quali spicca FAUSTO CARPANI, figura a un tempo di cantautore e studioso che ha inaugurato diverse attività innovative (completo rinnovamento della canzone dialettale, il primo CD bolognese cui ne sono seguiti molti altri, un periodico stampato in proprio interamente in bolognese con un numero di abbonati sempre crescente). Nel corso degli anni Novanta si è prodotta un’ulteriore svolta con l’apparire di nuovi studi (cfr. sotto) e, nel 1999, la nascita di un sito Internet (Al Sît Bulgnaiṡ, “Il Sito Bolognese”), sviluppatosi in poco tempo in un portale praticamente completo sulle varie attività in cantiere. Il Sito ha anche promosso il Primo corso di bolognese, tenuto da ROBERTO SERRA in un teatro cittadino, con folta partecipazione di giovani desiderosi di apprendere il dialetto da zero, non avendo potuto acquisirlo per trasmissione diretta. Accanto a questi giovani ha partecipato al Corso l’altra realtà sociolinguistica del bolognese di oggi: diversi anziani che, parlandolo già, volevano imparare a scriverlo e sistematizzare a livello teorico le proprie conoscenze morfologiche e sintattiche, oltre a quarantenni e cinquantenni ansiosi di rinfrescare le proprie conoscenze.

Per tutte queste attività occorreva un modo di scrivere il bolognese che rispondesse a diverse esigenze, prima fra tutte quella di superare l’occasionalità per cui ciascun autore aveva il proprio sistema, non sempre coerente da una pagina all’altra della stessa pubblicazione. Altre esigenze erano la rispondenza alla reale pronuncia, sapendo che le pronunce possibili del dialetto sono diverse a seconda della provenienza (almeno centro cittadino, campagna occidentale, settentrionale, orientale, montagna media, montagna alta) e dell’età, e una relativa semplicità dei segni impiegati, sapendo però che il bolognese cittadino odierno ha 16 fonemi vocalici, contro i 7 dell’italiano.

La molteplicità delle esigenze aveva portato alla nascita, dall’Ottocento in poi, di tre filoni ortografici diversi:

1. l’ortografia letteraria. Il primo autore a scrivere in bolognese fu il persicetano GIULIO CESARE CROCE (1550-1609). Datando le sue opere a un periodo in cui il sistema fonetico bolognese era radicalmente diverso da quello odierno, figlio della rapida evoluzione dei secoli successivi, quest’ortografia è inutilizzabile per le fasi ulteriori, come rilevava già nell’Ottocento CAROLINA CORONEDI BERTI che, nell’introduzione al suo Vocabolario bolognese italiano (1869-1874), scriveva: “Che l’ortografia sia stata finora convenzionale non solo nel nostro dialetto, ma ancora in diversi altri, è un fatto di cui ci fanno accorti i moderni studi filologici, [...] ed è avvenuto dall’avere gli scrittori in dialetto italianizzato il dialetto nel quale hanno scritto, tramutando la parlata del popolo, eterno conservatore della lingua, in una parlata direi più civile e più accosta all’italiano. Ben è vero che la pronuncia di un dialetto presenta alla scrittura immense difficoltà, per la contrazione delle voci e per molte graduazioni di suoni, che volendoli pure far comprendere, pare non ti bastino le lettere dell’intero alfabeto italiano; [...] ma d’altra parte, se la scrittura di un dialetto non sarà intesa da chi non sia dello stesso paese, colla scrittura il dialetto stesso non sarà che male interpretato. [...] Trovare perciò un’ortografia che rendesse facile la lettura, e più che sia possibile giusto il suono della pronuncia, toglierle i segni convenzionali per quanto si può, i quali impediscono massime a chi non sia del paese, non solo di poter leggere la scrittura come si conviene, ma di poterla comprendere, mi parve argomento degno di attenzione e di studio. [...] È perciò ch’io mi diedi cura di trovare un’ortografia che rendesse le voci alla semplicità che escono dalla bocca del volgo, lasciando che la si scostasse quanto occorresse dall’ortografia italiana, a contrario delle antecedenti che la seguivano. Così invece, p. es. di scrivere burrasca, secondo il suono fonico scrivo burasca, dona invece di donna, dunzèla piuttosto di dunzèlla [...]. Per sommo difetto oltre i molti segni, le passate ortografie avevano quello di tramutar spesso le vocali l’una per l’altra, come p. es. si scriveva numer invece di nomer, nuvla per novla, nuvel per novel, punt in luogo di pont, zuventú per zuventò come chiaramente si pronuncia. E tutti questi scambi di lettere rendendo diversa la scrittura dal modo di pronunziarla, faceva sì che chiunque avesse tentato leggerla senza conoscere le convenzioni, trovava inciampi e ad ogni parola commetteva errori”. Le critiche della CORONEDI, probabilmente ingiuste verso il Croce, erano però assai calzanti se riferite agli autori del suo secolo e d’inizio Novecento, che pronunciavano all’incirca come lei: l’esigenza “psicografica” di avvicinare la scrittura bolognese a quella dell’italiano causava grafie che distorcevano sensibilmente la vera pronuncia, come in autori molto importanti della tradizione bolognese quali il commediografo ALFREDO TESTONI (1856-1931) e il cantautore CARLO MUSI (1851-1920). Anche nel loro caso, alcune caratteristiche grafiche sono dovute alla pronuncia bolognese dell’epoca, ma gli esempi dati dalla CORONEDI rendono l’idea di come la grafia letteraria, malgrado il prestigio che ancora oggi la rende usata nell’ambiente dei copioni teatrali, sia inutilizzabile a fini didattici e divulgativi per un pubblico sempre più di madrelingua italiana e che non può, dunque, reinterpretare ogni parola prima di riuscire a riconoscerla. Per questo motivo, non vi è autore letterario o studioso che abbia utilizzato quest’ortografia in tempi recenti;

2. l’ortografia lessicografica. Chiamiamo così quest’ortografia in quanto le sue massime espressioni sono il dizionario di GASPARE UNGARELLI del 1901 e quello di PIETRO MAINOLDI del 1967, ma il fondamento del sistema si deve alla nascita della glottologia e agli studi di fonetica di ALBERTO TRAUZZI e AUGUSTO GAUDENZI, che introdussero segni “esotici” come ad es. la å e la s, z ed n col puntino, che per la pubblicazione di questo testo su Internet rappresentiamo con la sottolineatura: cusén “cuscino” vs. cuén “cugino”; znèr “cenare” vs. żnèr “gennaio”; galéna “gallina”, na “luna” vs. panna “penna”. L’uso integrale dei simboli della glottologia italiana come si presentava a inizio Novecento sembrò esagerato al MAINOLDI che, pur mantenendo i segni già detti e i circonflessi per le vocali lunghe, riuscì però a creare un sistema non più soltanto scientifico, ma che poteva anche aspirare ad essere utilizzato come sistema ortografico (e infatti, anche se un po’ confusamente, fu adottato da alcuni poeti). Scrive il MAINOLDI nell’introduzione all’opera propedeutica al suo dizionario, il Manuale dell’odierno dialetto bolognese del 1950: “Il problema pratico della grafia del dialetto bolognese non è di facile soluzione, anzitutto perché le vocali toniche hanno anche suoni che non esistono nella lingua italiana: si tratta di usare una scrittura che da un lato non sia troppo complicata, dall’altro non troppo lontana dalla pronuncia. [...] Ma il problema principale, che s’impone se si vuol rendere agevole la lettura degli scritti dialettali, è un altro: l’abbandono del sistema attualmente in uso che s’ispira alla corrispondenza della grafia al termine italiano anziché alla pronuncia dialettale. [...] Purtroppo gli autori che hanno scritto in dialetto bolognese nell’ultimo mezzo secolo, se hanno abbandonato le difficili grafie antiche, cioè precedenti alla CORONEDI BERTI, non hanno però seguito che parzialmente le sue esortazioni, sicché permane a tutt’oggi la consuetudine di una scrittura che chiameremo “etimologica”, p. es. con l’uso della doppia consonante ove è in italiano e contrariamente alla pronuncia dialettale (scrivendo matta in luogo di mâta), o con alterazioni delle vocali con notazioni arbitrarie, come à per e aperto quando nel vocabolo italiano corrispondente vi è a, così è per a quando in italiano vi è e, ed ú per o chiuso quando in italiano vi è u. Vediamo p. es. scritto il titolo di una nota commedia del TESTONIQuella ch’fa el cart” (quella che fa le carte, l’indovina) mentre la grafia più vicina alla pronuncia è “qualla ch’fa al chèrt”. Noi dunque insistiamo per una trascrizione che sia il più possibile aderente alla reale pronuncia, svincolandosi dal legame etimologico, che riteniamo non debba prevalere, mentre è la realtà della pronuncia che deve essere principalmente presa di mira. Limiteremo il più possibile i segni diacritici, riducendoli, per quanto riguarda le vocali, agli accenti ed all’å, già proposta per il nostro dialetto dal GAUDENZI e dall’UNGARELLI: è del resto una lettera di uso corrente in altre lingue e la sua opportunità per il dialetto bolognese è paragonabile a quella p. es. dell’ü nella trascrizione dei dialetti lombardi. È vero che la limitazione dei segni diacritici non ci consentirà di rendere alla perfezione tutti i suoni del dialetto, ma ci avvicineremo ben più che col sistema in uso, e il lettore petroniano potrà agevolmente aggiungere quelle inflessioni del suono che sfuggono alla grafia, non ostacolato dallo sforzo di leggere a per e e viceversa!”;

3. l’ortografia divulgativa. Messa a punto da A. MENARINI a partire dal 1964 e portata avanti con poche modifiche da L. LEPRI a partire dal 1986, tale ortografia accoglie alcuni elementi dell’ortografia lessicografica, come le consonanti col puntino, di cui due come si è visto consentono la differenziazione tra fonemi diversi, ma elimina “le lettere che la stessa lingua [cioè l’italiano] ormai ripudia”, ad es. i circonflessi, lasciando al raddoppio grafico delle consonanti successive il compito di segnalare la non lunghezza delle vocali (infatti, in bolognese dopo vocale lunga si ha sempre consonante breve e viceversa per cui, anziché scrivere sâc “sacco” vs. sacc “secco” come MAINOLDI, MENARINI si limitava a sac vs. sacc. Questo sistema non consentiva però di distinguere fra “suo” e “su”, ragion per cui L. LEPRI ha reintrodotto i circonflessi in posizione finale di parola). Per ulteriore semplificazione, l’ortografia divulgativa sfruttava certe convergenze fonologiche createsi nel bolognese del centro urbano: poiché oggi gli antichi mäint “mente” e måunt “monte”, passando per gli stadi mänt e månt, sono diventati entrambi mant, così venivano scritti, lasciando al contesto il compito di distinguere, analogamente a quanto succede nel parlato. Questa soluzione non consentiva però di uscire dalle mura cittadine, oltre le quali le vecchie realizzazioni si sono in gran parte conservate (ä = “a tendente ad e”, non segnata nemmeno da MAINOLDI, å = “a tendente ad o”). Tale sistema semplificato è servito per la stesura di diversi libri e rubriche fisse sui giornali ma, malgrado la sua facilità, non si è mai generalizzato.

Nel 1994 chi scrive, terminata da poco la propria tesi di laurea sulle lingue caucasiche e da tempo la lettura del Manuale di MAINOLDI, decise di applicare al bolognese ciò che aveva imparato all’università e, conosciuto L. LEPRI unanimemente indicato da tutti i parlanti come il più competente dialettofono cittadino vivente, lo sottopose a numerose sedute di registrazione, scoprendo che, oltre che un rappresentante del dialetto urbano (poi battezzato moderno standard intramurario, minoritario anche in città per l’afflusso di dialettofoni da altre parti della provincia ma rimasto la variante più prestigiosa anche agli occhi di questi ultimi), è anche ben capace di riflessioni metalinguistiche e indisponibile a integrare le proprie conoscenze con supposizioni e congetture. Insomma, il parlante ideale, che ha così fatto da soggetto principale delle successive ricerche, che pure hanno tenuto conto dell’odierna stratificazione e della varietà dialettale dell’area bolognesofona (con le varianti suddette: almeno tre rami di campagna e due di montagna, uno dei quali assai eccentrico). Le registrazioni furono poi sottoposte a LUCIANO CANEPARI, professore di fonetica all’università di Venezia. Da questa collaborazione nacque l’articolo Pronuncia e grafia del bolognese, pubblicato sulla Rivista Italiana di Dialettologia, RID 19, 1995, pp. 119-164, comprensivo di una proposta di grafia rigorosamente fonetica, che teneva conto della necessità di semplificare ma anche di rispettare un’equivalenza uno a uno tra fonemi e grafemi (compresi i digrammi e i trigrammi). Fra le proposte, quella di scrivere ganba, itagliàn, Germâgna “gamba, italiano, Germania” in ossequio alla reale pronuncia, anche laddove l’ortografia lessicografica e quella divulgativa, per tacere di quella testoniana, avevano scritto gamba, italiàn, Germânia

Appariva evidente che, data la natura dell’articolo, questo da solo non sarebbe bastato a determinare un riorientamento degli autori, e purtuttavia mi dedicai a trascrivere vari testi secondo quelle nuove proposte, arrivando rapidamente a un parziale riallineamento con l’ortografia lessicografica. In pratica, laddove le scelte di MAINOLDI, per quanto apparentemente strane (come nel caso di ali ôv “le uova”, pronunciato in realtà “egliôv”), apparivano giustificabili dal punto di vista fono-morfologico, le lasciai immutate, a volte anche reinterpretandole. MAINOLDI scriveva ad esempio maint “mente” e månt “monte”, nonché rivoluziån “rivoluzione”, laddove l’odierno intramurario standard pronuncia rispettivamente mänt/mant, mant/mänt e rivoluziän, rimasti però maint/mäint/mänt, må(u)nt/mò(u)nt e rivoluziå(u)n/rivoluziò(u)n in campagna. Pensai che än e ån potessero indicare ciascuno una gamma di sequenze di suoni imparentate fra loro ed evolutivamente procedenti dalla stessa origine, e che tali suoni, in una scrittura orientata sull’intramurario ma interdialettale, potessero mantenersi distinti graficamente con la regola implicita per cui, in città, si possono oggi confondere. Nasceva così la grafia lessicografica moderna, il cui primo utilizzo pratico fu il Dizionario italiano-bolognese, bolognese-italiano, di DANIELE VITALI e L. LEPRI, pubblicato in formato tascabile da Vallardi nel 1999 (con una seconda edizione ampliata nel 2000). Questo lavoro, contenendo molta più fraseologia del dizionario del MAINOLDI da cui aveva preso le mosse, fu l’occasione di valutare la validità di molte scelte, in particolare in materia di apostrofo e di spaziatura fra parole, dal momento che nella frase i diversi elementi lessicali e grammaticali interagiscono subendo varie modifiche per prostesi, epentesi, epitesi, aferesi, sincope, apocope ecc. Risultò che l’ortografia funzionava, ma c’era da temere che la sua ricchezza di segni, se avrebbe probabilmente aiutato la lettura da parte dei giovani italofoni, avrebbe però complicato la scrittura da parte degli anziani dialettofoni, meno abituati ad astrarre dall’ortografia italiana. Ci aspettavamo anche un certo rifiuto per scelte “antiscolastiche” come ganba e itagliàn, dovuto all’interiorizzazione delle sgridate della maestra delle elementari al momento in cui, imparando a scrivere l’italiano, gli scolari bolognesi commettono proprio “errori” del genere, che rispecchiano semplicemente il vero modo di pronunciare anche l’italiano da parte di chi è cresciuto a Bologna (e non solo a Bologna).

Un secondo banco di prova della moderna ortografia lessicografica è stato il Sito Bolognese, in cui vari testi, anche di una certa lunghezza, vengono presentati in dialetto con traduzione italiana a fronte. È probabile che il Sito abbia incoraggiato l’allineamento di vari autori alla moderna ortografia lessicografica, vista la rapidità con cui tale fenomeno si è verificato, ma è ipotizzabile, dato che non tutte le persone coinvolte sono attivi utilizzatori di Internet, che il fenomeno sia anzitutto figlio dell’autorità del vocabolario tascabile, arrivato a ben 32 anni di distanza dal MAINOLDI e firmato da una persona stimata come L. LEPRI, e dunque facilmente suscettibile di essere considerato un po’ “l’ultima parola” anche in materia di ortografia. È possibile che un aiuto sia venuto anche dall’introduzione al dizionario che, esponendo a volo d’uccello la grammatica del bolognese, spiega il perché delle diverse scelte ortografiche.

L’introduzione stessa riconosce l’esistenza dell’ortografia divulgativa e la dichiara implicitamente adatta a ogni uso non lessicografico, eppure nei due anni successivi alla prima edizione del vocabolario tascabile si è potuta osservare, dalle colonne della rubrica tenuta sul quotidiano La Repubblica da L. LEPRI, un progressivo e rapido passaggio alla grafia lessicografica anche per un uso decisamente divulgativo. Successivamente, il Sito ha cominciato a ricevere vari messaggi di autori dialettali, alcuni alle prime armi col computer, che tramite una costante consultazione del vocabolario tascabile si stavano allineando a propria volta. Il 2 gennaio del 2000 L’Avvenire ha pubblicato un componimento bolognese del 1954 ritrovato negli archivi e dedicato alla consacrazione di S. Petronio, ritrascritto dall’anonimo giornalista in un modo che mostra chiaramente, fra varie scelte personali e disparate, la consultazione del vocabolario tascabile per rendere varie parole: sänper, itaglièna, anbiziån (“sempre, italiana, ambizione”, cfr. MAINOLDI saimper, italièna, ambiziån). Dall’agosto 1999 alla fine del 2002 sono almeno otto (più del 60% del totale) i libri bolognesi di nuova pubblicazione che adottano l’ortografia lessicografica, a volte con preventiva richiesta di correzione a chi scrive o a R. SERRA, altre volte saltando tale passaggio ma comunque con risultati che mostrano una lusinghiera comprensione della filosofia generale che presiede all’ortografia. A questi libri vanno aggiunti il periodico (Al Pånt dla Biånnda “Il Ponte della Bionda”), i CD e le cassette musicali di F. CARPANI e l’adozione della moderna ortografia lessicografica da parte del Corso di bolognese tenuto al teatro Alemanni, dove si è potuto constatare come il sistema, con la sua corrispondenza uno a uno tra fonemi e grafemi, sia utile a fini didattici.

Un risultato particolarmente lusinghiero è poi che sia stato pienamente recepito il messaggio dell’interdialettalità: dal 1998 TIZIANO CASELLA tiene un corso di dialetto a Budrio, insegnando la propria variante della campagna orientale (galîna e lûna corrispondono qui agli intramurari galéna e na). Già orientato verso le scelte di MAINOLDI, il corso budriese ha poi adottato l’ortografia del vocabolario tascabile, con la novità della ä per la “a tendente ad e” (cioè una e aperta breve, non rappresentabile come è, segno già impegnato per la e aperta lunga). Se in bolognese intramurario la ä ha oggi una distribuzione molto ridotta (essenzialmente, laddove nella campagna occidentale si ha ain o äin), in budriese la sua frequenza è molto maggiore, poiché ricorre anche laddove il bolognese ha da sempre an: a panza, canta, banca “pancia, canta, banca” della città e della campagna occidentale corrispondono in budriese le stesse parole con e aperta breve, rese correttamente con la ä: pänza, cänta, bänca

Assicurata l’interdialettalità, occorrerà spiegare meglio agli utenti l’intergenerazionalità dell’ortografia: il moderno standard intramurario tende infatti ad accorciare le vocali lunghe in fine di parola, per cui ad es. faû, fradî “fagioli, fratelli” si pronunciano oggi più spesso faú, fradí. In considerazione del fatto che fuori città il fenomeno non è arrivato ovunque, la moderna ortografia lessicografica mantiene la scelta di MAINOLDI del circonflesso finale, per indicare una lunghezza presente anche nel bolognese vecchio. Naturalmente, tale ortografia intende soprattutto dare un quadro di riferimento improntato ad alcuni princìpi, non già imporre nei dettagli una serie di regole vincolanti: di conseguenza, ciascun autore desideroso di usare la grafia lessicografica potrà tranquillamente scrivere faú o fradí, purché ciò rispecchi la sua effettiva pronuncia.

È parere di chi scrive che il rapido diffondersi dell’ortografia lessicografica fra gli autori, e il sempre maggiore allineamento sui suoi princìpi da parte di coloro che l’hanno già adottata, sia frutto della rispondenza di tale ortografia alle esigenze precedentemente individuate, ma anche che un ruolo importante sia stato svolto proprio dalla non prescrittività dell’ortografia, diffusasi quietamente tramite l’esempio e la divulgazione.

Certo, si tratta di sviluppi proponibili come esempio solo in situazioni sociolinguisticamente simili, ad es. laddove un idioma minoritario non abbia la fortuna di possedere un’accademia o un’autorità regionale che lo spalleggi. Ci è comunque sembrato interessante esporre l’esperienza in corso a Bologna, nella speranza che ciò possa essere d’aiuto anche ad altre realtà analoghe.

Nota - Presentiamo la scrittura degli esempi dati da CORONEDI BERTI e MAINOLDI secondo l’ortografia lessicografica moderna: burâsca, dòna, dunżèla, nómmer, nóvvla, nóvvel, pónt, żuventó; mâta, qualla ch’fà äl chèrt.

2. Pronuncia e grafia

Dall’introduzione del dizionario tascabile, capitolo su pronuncia e grafia (le consonanti col puntino sono state sostituite dalle stesse consonanti sottolineate)

La grafia del dizionario si sforza di essere il più aderente possibile ai fatti fonetici del dialetto della città di Bologna e di quelli della campagna occidentale, i più simili al dialetto cittadino e penetrati in massa in città nel corso di questo secolo. Ciò ha significato da un lato utilizzare la grafia dei due più grandi vocabolari moderni, vale a dire l’Ungarelli (1901), e il Mainoldi (1967), che ne accoglie i princìpi riducendo il numero dei segni diacritici, dall’altro rompere con la stessa tradizione lessicografica (e con quella dei vari autori dialettali, spesso allergici ai diacritici) laddove questa non aveva tenuto conto di alcune particolarità fonetiche dei dialetti gallo-italici, e si era troppo appiattita sull’italiano: potrà sembrar strano, all’inizio, veder scritto ganba per “gamba”, eppure è proprio così che tutti pronunciano a Bologna. Potranno sorprendere anche itagliàn o comugnån per “italiano, comunione”, ma queste due parole vengono proprio pronunciate con gli stessi suoni di batâglia (a differenza del plurale batâli) e râgn, “battaglia, ragno”, per cui se l’ortografia vuol essere coerente e non ricalcata sull’italiano così si devono scrivere. 

Allo stesso modo, è dovuto solo a ragioni storiche se in italiano si scrive “cuore” ma “squadra”, e “acqua” ma “soqquadro”: seguire simili convenzioni, in un idioma che non ne è una corruzione ma un semplice cugino con una storia evolutiva diversa, significa complicare le cose più che semplificarle, come dimostra la discordanza fra gli autori nello scrivere le forme derivate: chi usa la c nel singolare e la q nel plurale, baciâcla “chiacchierone” e baciâquel, chi usa la q in entrambi i casi, chi addirittura usa la q con una u all’esponente per mostrare che quest’ultima al singolare non si pronuncia! Noi useremo solo la c: baciâcuel, scuèdra, âcua, “chiacchieroni, squadra, acqua”, per mostrare che il suono è lo stesso. Si è deciso però di cedere alla tradizione grafica mantenendo la q in inizio di parola, per conservare l’immediata riconoscibilità di vari pronomi, avverbi e aggettivi interrogativi. Questo ha significato registrare quattro parole sia sotto la Q che sotto la C, a causa dell’oscillazione nella pronuncia (semivocalica o vocalica) della u: quêrc’ e cuêrc’ “coperchio” (in teoria era possibile usare la q in alternanza con la c anche in posizione centrale di parola, per mostrare la differenza fra l’uso semivocalico e quello vocalico della u: ad es. âqua ma zircuît, si è però rinunciato a farlo, perché questo non avrebbe risolto il problema nel caso di altre consonanti: una soluzione universale sarebbe stata l’adozione di un ulteriore diacritico: âcua, zircüît, afetüåu, püîgla, il che non pareva opportuno).

Il parlante genuino, anche se non ha mai visto il bolognese scritto, una volta comprese queste regole può trovare a colpo sicuro qualunque parola registrata nel dizionario: non altrettanto sarebbe successo se si fossero adottate regole non fonetiche, né sarebbe stato di molto aiuto seguire l’ortografia dei vecchi testi, dal momento che questi riportano, ad es., la dizione Bulògna dove oggi si pronuncia Bulåggna o Bulaggna. Ciò non significa affatto che non esista una grafia bolognese moderna, seria e adatta a scopi divulgativi: elaborata da Alberto Menarini, essa non solo esiste, ma certo non si sogna di risparmiare i segni speciali , ż, , che anche il presente vocabolario naturalmente accoglie. In più si è seguita la passata, e motivata, tradizione lessicografica nell’uso dell’accento non solo per indicare la posizione dello stesso e l’apertura delle vocali, ma anche per indicarne la lunghezza. Fra i segni adottati figurano anche la tradizionale å e la nuova ä, utili per mostrare le varianti di pronuncia dei dialetti rustici, che distinguono fra i tre tipi di a breve, e la pronuncia cittadina, che non lo fa più se non in singole parole. Quei segni rappresentano anche un’utile indicazione morfologica: sapendo che å viene da un’antica o aperta privata dell’elemento labiale, e pertanto fa ó chiusa al plurale e u in posizione atona, non ci sarà più bisogno di specificare che il plurale di biånd “biondo” è biónd e il diminutivo biundén. Questo ha permesso di limitare la parte grammaticale del dizionario all’indispensabile. Per saperne di più sulla grammatica del bolognese si consiglia Pietro Mainoldi, Manuale dell’odierno dialetto bolognese, Bologna : Mareggiani 1950. I criteri di base seguiti per la grafia fonetico-interdialettale sono enunciati nell’articolo di L. Canepari e D. Vitali “Pronuncia e grafia del bolognese”, in: Rivista Italiana di Dialettologia, RID 19, 1995, pp. 119-164.

Diamo ora le corrispondenze approssimative dei segni usati per il bolognese.

2.1. Vocali. In bolognese si distingue fra vocali accentate brevi e lunghe. Le lunghe durano il doppio delle brevi.

î = i lungo - lîber “libro”
é = e chiuso breve - métter “mettere”
ê = e chiuso lungo - mêter, mêder “metro, mietere”
è = e aperto lungo - mèder “madre”
ä = e aperto breve (a tendente ad e) bän “bene”
â = a lungo - râta “salita”
à = a breve - casàtt “cassetto” (l’accento non si segna sui monosillabi chiusi: can “cane”, mentre va indicato su quelli aperti: “re”)
å = o aperto breve senza arrotondamento delle labbra (a tendente ad o) bån “buono”
ò = o semiaperto lungo - còl, tòr “collo, toro”
ô = o chiuso lungo - côl, tôr “cavolo, prendere”
ó = o chiuso breve - tóff “puzza”
û = u lungo - ligûr “ramarro”

La lettera ò indica un suono che, presente nei dialetti rustici (dove può essere anche aperto o molto aperto), ha avuto una vicenda complessa in città: per riassumere, ci sono oggi parole che accettano solo ô lungo e chiuso, come in fiôl o nôv “figlio, nuovo”, e altre che, a seconda dei parlanti, possono avere ô oppure ò oppure oscillare. In questo dizionario tali parole sono state indicate con ò per indicare la possibilità, ma non l’obbligo, di pronunciarle con o semiaperta o aperta. La distribuzione è quella dei dialetti rustici, dove però spesso sono assenti le coppie di parole che, in alcuni parlanti cittadini, fanno di ò un fonema (cfr. schema): infatti in campagna (e non solo) “prendere” si dice tûr, e “cavolo” è spesso chèvol. Va aggiunto che ò in fine di parola è molto spesso breve; anche le altre vocali lunghe possono abbreviarsi nella stessa posizione. 

La lettera å nella pronuncia cittadina è di solito, oggi, una a vera e propria, mentre nelle varianti rustiche continua generalmente a stare fra a ed o. Sempre la pronuncia cittadina tende a fondere insieme ån e än, così di solito non si distingue fra månt “monte” e mänt “mente”. Le vocali å ed ä sono sempre accentate (tranne che nell’apposizione sgnär e nell’articolo äl), e così i dittonghi åu e ai (in campagna spesso ou e äi), per cui non viene indicato alcun accento grafico. Quando ai è atono, ciò è indicato dall’accento su di un’altra vocale, ad es. maicàtt “zotico”. Parole come såuranómm “soprannome” sono composte, ma l’accento vero cade sul secondo elemento (cioè su ó).

Nel bolognese cittadino odierno non sono previste e ed o accentate aperte e brevi, per cui per le parole di origine straniera abbiamo usato ä nel primo caso ( “tè”) e ò nel secondo, mostrandone la brevità col raddoppio della consonante successiva, dato che a vocale breve segue sempre consonate lunga nella stessa parola (spòrrt “sport”, parola la cui origine straniera è testimoniata dalla variante spórrt, più rispondente alle regole fonetiche del bolognese genuino).

La lettera ä è usata anche nell’articolo plurale femminile, che alcuni pronunciano e aperto e altri a: äl gâti “le gatte”. In bolognese cittadino ricorre poi davanti ad n laddove in campagna è rimasto il vecchio gruppo -äin o -ain (dänt “dente”), e anche nel gruppo -iån: rivoluziån si pronuncia cioè rivoluziän in città ma ancora rivoluziån, o -ziåun o -zioun etc. in campagna. Si sono usati anche i segni á1, per la seconda persona singolare dell’imperativo ( “va’, vai”, mentre al và “egli va”), e í e ú, per assimilare graficamente le parole non genuinamente bolognesi entrate nell’uso: ad es. cínno “bambino”, che è bolognese (cén “piccolo”) filtrato dall’italiano locale. In bolognese cittadino, infatti, i e u accentate brevi non sono previste. 

Infine, al bolognese cittadino dièvel, òmen, quèder “diavolo, uomo, quadro” di solito corrisponde in campagna dièval, òman, quèdar.

2.2. Consonanti

cia ce ci cio ciu = come in italiano. Lo stesso suono, in fine di parola o davanti a consonante, è indicato con -c’, -cc’: inbac’lèr, mócc’ “rabberciare, mucchio” 
ca che chi co cu = come in it. Lo stesso suono, in fine di parola o davanti a consonante, è indicato con -c, -cc: vâc, plócc “mucche, chiasso”
gia ge gi gio giu = come in it. In fine di parola o davanti a consonante: -g’, -gg’- g’détta, dågg’ “disdetta, dodici”
ga ghe ghi go gu = come in it. In fine di parola o davanti a consonante: -g, -gg- brèg, a dégg “pantaloni, dico”
j = si segna fra due vocali per i semivocalico - tâja “taglia”, tajja “teglia” ma a tâi, tai “(io) taglio, teglie”
n = indica il suono alveolare (come in it. “nano”) davanti a vocale e dopo vocale lunga: cân “canne”; indica invece il suono velare (come in it. “tengo”) davanti a consonante: canvèr “canapaia”. Dopo vocale accentata breve si ha n velare lungo - can, påndg, scaldén “cane, topo, scaldino”
nn = n alveolare lungo - i scaldénn, panna, pann “scaldarono, penna, penne”
n = n velare + n alveolare - galéna “gallina”
q = usato solo in inizio di parola: quâter “quattro”, ma âcua “acqua”
s = sempre sordo (come in it. “sasso”). La s bolognese è alveolare (con la punta della lingua fra s e sc italiani) e con le labbra arrotondate - cusén “cuscino”
= sempre sonoro (come in it. “sbarco”) - cuén “cugino”
s-c = s + c’: s-ciavvd “insipido”
z = z sorda. Come l’inglese “thing”, ma la punta della lingua è dietro ai denti inferiori - znèr “cenare”
ż = z sonora. Come l’ingl. “that”, ma la punta della lingua è dietro i denti inf. - żnèr “gennaio”
gn = come in it. - mugnèga “albicocca”, Bulåggna “Bologna” 
gli = come in it. - baglièr “sbagliare”, Emégglia “Emilia”
g-li = come in it. “negligente”: neg-ligiänt

Dopo vocale breve si ha sempre consonante lunga, dopo vocale lunga si ha sempre consonante breve: sacc, sâc “secco, sacco”. Parole come peppacûl “fifa” sono composte, il che spiega l’allungamento consonantico in una posizione che di solito non lo prevede. Infatti in bolognese le consonanti sono lunghe solo dopo vocale breve anche se, per influenza dell’italiano, in molte parole è leggermente allungata la consonante della prima sillaba atona laddove l’italiano prevede una doppia: immażinèr, illuminaziån “immaginare, illuminazione”. Poiché la situazione è fluida e i dizionari tendono a fare testo per chi li usa, il presente non tiene conto di questo fenomeno. Per lo stesso motivo si è trascurata la pronuncia di n, dopo vocale accentata breve e prima di consonanti anteriori quali d, ż, come alveolare lunga anziché come velare: ad es. tannda “tenda”, che qui si indica col tradizionale tanda2.

Alle tipiche sequenze cittadine odierne -éna, -åna e -óna corrispondono di solito, nei dialetti rustici occidentali, dei dittonghi + na, es. muléina, sfrunblåuna, lóuna “morbida, girovaga, luna”, e in alcune varianti ciò avviene anche al maschile: muléin, sfrunblåun

In alcune parole c’ e g’ possono essere scritti ts, ds e ds: tstón = c’tón, dscårrer = c’cårrer, ddétta = g’détta “testoni, parlare, sfortuna”, rispecchiando così, con l’etimologia, alcune pronunce. Si è data la preferenza alle forme etimologiche, tranne che nei numeri e in alcune forme del verbo dîr, che si pronunciano similmente dappertutto: ónng’, dågg’, al gé “undici, dodici, disse”.

La sequenza li nei sintagmi äli ôv, däli ôv e simili si legge come gli di baglièr: “degliôv”. La palatalizzazione di l e n è frequente anche davanti al pronome i: al i à détt ch’a n i vâg pió si legge “agliadétt ch’agnivâg pió” (= gli ha detto che non ci vado più). Si è scelto però di scriverli con le parole staccate fra loro per mostrare meglio la funzione morfologica di ciascuna, cosa importante in un idioma così ricco di pronomi e particelle.

2.3. L’apostrofo

Si usa per indicare la caduta di una vocale in fine di parola: s’a l savêva, ch’al séppa, l’ôca, lî l’é (apocope di se, che, la, la) “se l’avessi saputo, che sia, l’oca, lei è”. La caduta di vocali iniziali o centrali non viene indicata graficamente: d avréll, l èen, ló l é, csa vût (aferesi di ed, al, al, sincope di cusa) “d’aprile, l’asino, lui è, cosa vuoi”.

N.B. Nel corpo del dizionario, le vocali coi diacritici vengono insieme alle stesse semplici, per cui ad es. i lemmi mo, , compaiono in stretta successione (l’esigenza di usare i diacritici risulta evidente dal fatto che parole di significato diverso si differenziano solo per le caratteristiche della vocale accentata, cfr. anche mèl, mêl “male, miele”, o per la sonorità, come in fûs “fòssi” e “fuso”, o per la posizione dell’accento, come in pîgher e pighèr, “pigro, piegare”). Invece, j è data dopo i.

1 Per semplificare, la á può essere tranquillamente sostituita da à, come in questo Sito.
2 Questa scelta di semplificazione non è stata approvata dagli utenti della grafia, e pertanto abbandonata dopo aver constatato la positiva accoglienza riservata al vocabolario e le contestuali proteste su casi come tanda, per cui sul Sito Bolognese si trova oggi tannda.

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